Cacucci è uno dei miei (pochi) scrittori preferiti. Di lui ho letto una manciata di libri, tra cui "San Isidro Futbol club", raccontino simpatico su calcio, sudamerica e coca (non cola) "Ribelli" e "Oltretorrente", libri di grande passione ideologica e politica, due cose poco di moda oggigiorno, ma sopratutto In ogni caso nessuno rimorso libro che ripercorre l'epopea della cosidetta banda Bonnot, uno di quei libri che ti travolge e ti lascia un segno nel profondo.
Ultima sua fatica Nauhi ennesimo ritratto di una ribelle, di una di quelle persone che non piegano la testa e vivono la propria vita secondo le proprie covinzioni e predisposizioni, e non secondo i dettami della società.
Nata come Carmen Mondragon, figlia prediletta di un generale dell'esercito messicano, che fu tra i protagonisti di un colpo di stato organizzato per "riportare l'ordine" nel Messico di inizio secolo, sconquassato da rivoluzioni, guerre civili, corruzione e dittature, Nahui Olin (così si ribattezzò) fu musa ispiratrice di molti artisti, ed essa stessa pittrice, scrittrice e musicista. Fu una delle prime donne, la prima in Messico, a posare nuda per foto d'arte, nella convinzione che il suo corpo fosse un capolavoro tale da non dover essere celato alla sguardo altrui. Il libro. oltre che narrare la vita sofferta e avventurosa di questo personaggio, ripercorre la storia del Messico di inizio secolo fino agli anni 30, narrandoci miserie e noblità di molti personaggi dell'epoca, dai capi di stato e generali, ad artisti rivoluzionari e cialtroni come il Doctor Atl, ad attrici e cantanti dell'epoca. Tutti personaggi che contribuirono, nel bene e nel male, a quell'epoca tragica e grandiosa, e che Cacucci ritrare a tutto tondo, per così dire.
Sullo sfondo il Messico, un paese affascinante e che Cacucci dimostra di conoscere e amare con grande passione.
Lo stile di Cacucci è, nella circostanza, alle volte un po' troppo magniloquente, ma comunque sempre di grande qualità ed efficace .
Insomma, un libro che mi permetto di consigliare ;-))
Blog di Pablo, continuazione ideale delle Pablo Pages. Qui si parla di tutto un po', secondo l'estro del momento: politica attualità, cinema, musica sport e cazzeggi vari....Presumo che chi capita qui sia mio amico, o almeno conoscente, altrimenti va bene lo stesso :-))
mercoledì, settembre 13, 2006
lunedì, settembre 04, 2006
Schiavismo nella "democratica" italia!
Pensiamo di essere un paese civile e democratico, ovvero un paese in cui alcuni diritti fondamentali sono fuori discussione.
Uno di questi è il diritto alla libertà, che significa libertà di movimento, libertà di parola, di espressione e di associazione. Non è così. In Italia ci sono persone che non hanno queste libertà. non solo, ma non hanno neanche la minima libertà, Sono, a tutti gli effetti, degli schiavi.
Non ci credete? allora leggete lo sconvolgente articolo dell'Espresso nel quale vengono raccontate le disumane condizioni di vita e di lavoro dei migranti impiegati nella raccotla dei pomodori in Puglia. Da questo ritratto emerge chiaramente, tra le altre cose, come la ignobile legge Bossi-Fini serve non certo a difenderci dalla criminalità o dagli sbarchi dei clandestini ( che sono movimenti di protata storica che è ridicolo dissuadere con delle leggi di tipo repressivo) ma serve a mantenere in stato di schiavitù esseri umani reali, la cui umanità viene negata dalla etichetta di "clandestino", prima, e dalle sprangate e umiliazioni degli schiavisti.
Non solo, ma viene provato in modo netto e, oserei dire, devastante, che il cosidetto "Stato di diritto" è solo una pietosa bugia e paravento dietro il quale l'interesse del più forte prospera e ingrassa, alla faccia dei diritti umani, della dignità del lavoro, dell'eguaglianza di fronte alla legge, della democrazia della libertà e di tutte le belle favolette che ci raccontano dalla nostra nascita fino al giorno della nostra morte.
Credo di essere troppo incazzato per dire altro.
PS
Ringrazio Emiliano dal cui blog ho ripreso la notizia.
Uno di questi è il diritto alla libertà, che significa libertà di movimento, libertà di parola, di espressione e di associazione. Non è così. In Italia ci sono persone che non hanno queste libertà. non solo, ma non hanno neanche la minima libertà, Sono, a tutti gli effetti, degli schiavi.
Non ci credete? allora leggete lo sconvolgente articolo dell'Espresso nel quale vengono raccontate le disumane condizioni di vita e di lavoro dei migranti impiegati nella raccotla dei pomodori in Puglia. Da questo ritratto emerge chiaramente, tra le altre cose, come la ignobile legge Bossi-Fini serve non certo a difenderci dalla criminalità o dagli sbarchi dei clandestini ( che sono movimenti di protata storica che è ridicolo dissuadere con delle leggi di tipo repressivo) ma serve a mantenere in stato di schiavitù esseri umani reali, la cui umanità viene negata dalla etichetta di "clandestino", prima, e dalle sprangate e umiliazioni degli schiavisti.
Non solo, ma viene provato in modo netto e, oserei dire, devastante, che il cosidetto "Stato di diritto" è solo una pietosa bugia e paravento dietro il quale l'interesse del più forte prospera e ingrassa, alla faccia dei diritti umani, della dignità del lavoro, dell'eguaglianza di fronte alla legge, della democrazia della libertà e di tutte le belle favolette che ci raccontano dalla nostra nascita fino al giorno della nostra morte.
Credo di essere troppo incazzato per dire altro.
PS
Ringrazio Emiliano dal cui blog ho ripreso la notizia.
domenica, settembre 03, 2006
Cinema: Le colline hanno gli occhi

Una delle novità più fastidiose inventate negli ultimi anni dai gestori di cinema è quella dei posti numerati. Sarà forse utile per chi va al cinema in comitive numerose, e intanto che aspetta che arrivino i ritardatari compra i biglietti e può assicurarsi i posti senza dover distribuire golfini e borsette su 10 file diverse, ma per chi va da solo o in minima compagnia a vedere dei film non particolarmente commerciali in periodi di stanca, non c'è nulla di più deleterio.
Se c'è una cosa bella è infatti poter usufruire di una sala semivuota, per non dire vuota, potersi scegliere un posto bello isolato, e godersi il film, con la stessa tranquillità e solitudine che si può avere in casa propria, però col grande schermo e il Dolby Surround. Cosa che dovrò tenere a mente in futuro è di rifiutare il posto che le signorine alla cassa ti appioppano. Infatti ti propongono puntulamente, sorridendo ambiguamente, un posto a metà sala. Non sapendo cosa lo attende, e per cortesia, il malcapitato accetterà. Si troverà quindi circondato da persone che non conosce, e che hanno come lui accettato tale "cortesia",ma con cui dovrà condividere l'esperienza di vedersi il film. Dovrà quindi sorbirsi commenti e commentini, risate fuori luogo o urla agghiaccianti, per non parlare del continuo sgranocchiare pop corn et similia, e tutto ciò da persone che sono delle perfette estranee, e che mai e poi mai inviterebbe a casa sua, e, per giunta, in una situazione, essendo la sala completamente vuota, che non ha alcuna giustificazione di forza maggiore.
E' con questo stato d'animo leggermente disturbato che mi sono posto alla visione del film "Le colline hanno gli occhi" di Alexander Aja, remake di un film di Wes Craven. FIlm ampiamente derivativo, e non solo per la evidente ragione che si trattava di un remake. In realtà. più che dall'originale ( di cui ho un vaghissimo ricordo, per non dire nullo) il film mi è parso prendere di peso diverse situazioni da due recenti slasher, ovvero Wrong Turn e il rifacimento di Non aprite quella porta, che tra l'altro sono due dei migliori Horror film che abbia visto negli ultimi anni ( e che ho apena rivisto di recente). Dal primo si prende la storia delle mutazioni genetiche e dell'incidente provocato, dal secondo una scena di suicidio e il subplot del neonato rapito e della ragazzina che dà un insperato aiuto.
Nonostante questo, e alcune sbavature di sceneggiatura, devo dire che il film fa il suo dovere, soprattutto negli ultimi 40 minuti, con la giusta dose di tensione e ,tra l'altro, una dose di Gore puro inusuale nel cinema molto sterilizzato degli ultimi anni.
Insomma un discreto remake, probabilmente migliore dell'originale, che consiglio di gustare in perfetta solitudine, magari con una porta cigolante ed una finestra che sbatte scossa dal vento...
giovedì, agosto 31, 2006
L'assassinio di Renato Biagetti: un omicidio fascista
La notte del 26 agosto, a Focene, sul litorale Romano, veniva ucciso a coltellate il giovane Renato Biagetti di ventisei anni, Le scarne e distratte cronache agostane catalogano subito il delitto come conseguenza di "una rissa tra balordi" per giunta "per futili motivi". La verità, dopo qualche giorno, come sempre, viene a galla. Renato non è un balordo, ma un giovane senza alcun precedente penale, con idee di sinistra, che frequenta i centri sociali e le feste come quella da cui stava tornando in compagnia di due suoi amici, Paolo e Laura. Gli amici e i parenti lo descrivono come una persona tranquilla e, istintivamente non violenta. Gli aggressori sono due govanissimi, di cui il più grande. Vittorio, figlio di un carabiniere, si è fatto tatuare una croce celtica sul braccio, sormontato dalla scritta "Forza e onore". In più gira spesso armato di coltello, come quella tragica sera. Insomma, si tratta del classico fascista di borgata, cane sciolto ma non per questo meno intriso di quella retorica della "forza e dell'onore" di cui deve essere talmente convinto da essersela fatta tatuare sul braccio.
La ricostruzione dei fatti non è, al solito, chiarissimo. Quello che è certo è che sono le 5 del mattino e i tre ragazzi escono dallo stabilimento balneare dove è appena finita una festa reggae, qui vengono avvicinati dalla macchina su cui stanno gli aggressori, partono delle minacce e degli insulti, poi Vittorio Emiliani scende e colpisce con sette coltellate Renato.
Difficile dire che si tratti di una rissa, e altrettanto difficile è affermare che non vi sia premeditazione (la strada è a fondo chiuso) Ancora più difficile è sostenere la tesi, che viene subito sposata dai carabinieri e da pressochè tutta la stampa, che non sia un omicidio a sfondo politico. Se uno che ha una celtica tatuata accoltella uno che frequenta centri sociali è difficile dire che non vi sia, almeno in parte, una motivazione politica. Peraltro la politica non ha mai evitato la deriva della stupidità o della follia, anzi.
Il litorale romano è, peraltro, una zona dove la destra più radicale e razzista ha uno delle sue roccaforti. Una zona dove sono frequenti le aggressioni sia nei confronti degli "avversari" politici, sia quelle di stampo razzistico, Proprio la sera prima si era verificata una selvaggia aggressione nei confronti di quattro clochard assaliti e prese a bastonate e sprangate da ignoti aggressori.
Un omicidio forse causale nella sua brutale stupidità e nei suoi protagonisti, ma sicuramente non casuale nella sua logica. Quando si creano dinamiche di odio e violenza diffuse, è del tutto ovvio e quasi inevitabile che, prima o poi, ci scappi il morto.
Un omicido che quindi non esito a definire fascista in quanto, al di là della evidente connotazione politica di chi l'ha commesso, è il frutto di una chiara, per quanto confusa e velleitaria, visione politica della società. Una visione dove bisogna "distruggere il diverso" come recita un aberrante quanto fortunato slogan, dove l'esercizio della forza significa "Onore", e dove ignoranza ed emarginazione sono terreni fertili per l'attecchire della malapianta del razzismo, della violenza e della discriminazione.
La ricostruzione dei fatti non è, al solito, chiarissimo. Quello che è certo è che sono le 5 del mattino e i tre ragazzi escono dallo stabilimento balneare dove è appena finita una festa reggae, qui vengono avvicinati dalla macchina su cui stanno gli aggressori, partono delle minacce e degli insulti, poi Vittorio Emiliani scende e colpisce con sette coltellate Renato.
Difficile dire che si tratti di una rissa, e altrettanto difficile è affermare che non vi sia premeditazione (la strada è a fondo chiuso) Ancora più difficile è sostenere la tesi, che viene subito sposata dai carabinieri e da pressochè tutta la stampa, che non sia un omicidio a sfondo politico. Se uno che ha una celtica tatuata accoltella uno che frequenta centri sociali è difficile dire che non vi sia, almeno in parte, una motivazione politica. Peraltro la politica non ha mai evitato la deriva della stupidità o della follia, anzi.
Il litorale romano è, peraltro, una zona dove la destra più radicale e razzista ha uno delle sue roccaforti. Una zona dove sono frequenti le aggressioni sia nei confronti degli "avversari" politici, sia quelle di stampo razzistico, Proprio la sera prima si era verificata una selvaggia aggressione nei confronti di quattro clochard assaliti e prese a bastonate e sprangate da ignoti aggressori.
Un omicidio forse causale nella sua brutale stupidità e nei suoi protagonisti, ma sicuramente non casuale nella sua logica. Quando si creano dinamiche di odio e violenza diffuse, è del tutto ovvio e quasi inevitabile che, prima o poi, ci scappi il morto.
Un omicido che quindi non esito a definire fascista in quanto, al di là della evidente connotazione politica di chi l'ha commesso, è il frutto di una chiara, per quanto confusa e velleitaria, visione politica della società. Una visione dove bisogna "distruggere il diverso" come recita un aberrante quanto fortunato slogan, dove l'esercizio della forza significa "Onore", e dove ignoranza ed emarginazione sono terreni fertili per l'attecchire della malapianta del razzismo, della violenza e della discriminazione.
giovedì, agosto 24, 2006
Domino: uno spot in salsa Pulp
Per fare un film dovrebbero bastare alcuni elementi di base: una storia, degli attori in grado di recitare, e un regista in grado di mettere per immagini quanto sopra e di realizzare qualcosa che sia comprensibile ed intrigante: Sembrerebbe semplice, ma così non è. Prova di questo è Domino ultimo film di Tony Scott. Gli elementi per fare un buon film c'erano tutti: una storia vera, di una ragazza bene che si mette in testa di fare la cacciatrice di taglie, un cast non stellare ma sicuramente di buon livello (Keira Knightely, il redivivio Mickey Rourke, Lucy Liu, Mena Suvari, Cristopher Walken e persino Tom Waits in un cammeo che forse è l'unica cosa da salvare del film, oltre alle grazie di miss Knightley ). Invece Domino è tutt'altro che un buon film, anzi si candida al mio personale premio di peggior film del 2006 (ma c'è ancora tempo). Questo perché il regista Tony Scott, che viene dalla pubblicità e non fa nulla per nasconderlo, ha preferito sacrificare qualsiasi logica narrativa alla "bella immagine" o comunque ad una estetica, peraltro molto discutibile, per cui ogni scena o quasi viene girata come se fosse il finale del "mucchio selvaggio", Da qui lo spreco di immagini dei nostri tre eroi (eroi?) che camminano al ralenty, oppure di scene con immagini sgranate, che potrebbe essere anche una buona idea, ma che usata ogni tre per due finiscono solo per annoiare lo spettatore. Il tutto condito poi con un montaggio a "cazzo di canguro" nel senso che il montaggio è alla cazzo, ma in più è fatto in modo saltellante, per cui si finisce per non capire niente. Se si aggiunge a questo una trama (trama?) talemente complicata e cervellotica da essere quasi impossibile da seguire (uno dovrebbe mettersi con il block-notes ad appuntarsi tutti i passaggi salienti, che sono almeno una trentina) da far generare il sospetto che sia stata fatta apposta per rendere incomprensibile il tutto, ne risulta un film indigeribile.
Alla fine il film risulta essere una sorta di lungo spot, con alcune scene che, prese a sé stanti, possono anche risultare intriganti e risvegliare la curiosità dello spettatore, appunto come avviene negli spot, ma senza una trama decente nè l'approfondimento psicologico che la materia avrebbe richiesto la pellicola finisce presto per essere noiosa, oltre che evidentemente stupida.
Il Tarantinismo di maniera che affiora qui e là non serve ad altro che come condimento Pulp di un lungo spottone sotto mentite spoglia.
PS. Ripensandoci, mi sono venuti in mente anche alcuni anacronismi delf ilm, per cui mentre la storia sembra ambientata oggi, nel 2005 (Domino riceve persino un premio come migliore cacciatrice del 2002) l'Afgano che fa parte del gruppo vuole ancora liberare l'Afganistan dai sovietici e Domino afferma che adora Pat Benatar, che dubito una ventenne di oggi sappia nemmeno chi sia.
martedì, agosto 22, 2006
W la bici!

Lunedi mattina, di buon'ora (beh, facciamo di discreta ora) ho inforcato la mia bici (un misto di mountain e city-bike) ho preso la pista più o meno ciclabile detta del Naviglio Martesana, e mi sono diretto verso l'Adda. Agosto, la città semideserta e la giornata soleggiata ma non troppo calda o afosa rendevano la giornata ideale per questo giro. La mia intenzione era di giungere fino a Vaprio d'Adda. Sul cammino, dopo circa quattro kilometri, il primo "strano"incontro. Due pecore! Cosa ci fanno due pecore alla periferia di Milano? Probabilmente quello che fanno tutte le pecore. Pascolano.
Proseguo. Poca gente in giro, per lo più anziani, qualche giovane genitore col bambino, e qualche aficionados della bicicletta. Questi ultimi si riconoscono perché sono vestiti di tutto punto e vanno come dei treni. Per dire il vero anch'io sono vestito di tutto punto, ho riesumato la mia vecchia maglietta ciclo amaranto, quella che il commesso mi fece prendere dicendo "deve essere stretta!" e difatti è stretta, cazzo, se è stretta. però, se ci entro, vuol dire che non sono poi così ingrassato (bugia autoconsolatoria). Ho il caschetto in testa, che se uno mi vede pensa che sono uno che se la tira, ma provate voi a cadere e ad esser ricoverati per trauma cranico, e poi vediamo se non vi mettete il caschetto pure per prendere le sigarette ( che poi io non fumo) In quanto all'andare come un treno...figuriamoci. Diciamo che ogni tanto a qualcuno dei fanatici provo pure a stare dietro, e alle volte ci riesco pure, ma so ch n on vale spomparsi per una stupida ed inutile prova d'orgoglio, che tanto sull'albo d'oro del Giro o del Tour non ci vado più, e nemmeno i fanatici che mi superano, del resto...
Vado del mio passo, abbastanza sostenuto perché ho in mente di fare circa una settantina di kilometri, e mica posso aspettare che si faccia sera, però nemmeno voglio morire disidratato. L'acqua ce l'ho, anzi è uno dei dissetanti in circolazione, comunque si beve e tant'é. Nel mio viaggio incontro papere e anatrelle varie, che alle volte stanno addirittura sulla strada, oltre che ai soliti piccioni e qualche cornacchia.
Ad un certo punto, dopo Groppello, mi trovo di fronte ad un bivio, da una parte la strada continua lungo l'argine del fiume, dall'altra scenda per una discesina ( non tanto discesina, scoprirò poi). Dovrei stare sulla strada lungo l'argine, ma non solo non è asfaltata, ma è piena di pietroni e buche. Che faccio, vado dall'altra parte?. Mi viene in soccorso la mia memoria cinematografica: non l'ho visto forse "Wrong turn"? non ho visto "le colline hanno gli occhi"? E se in fondo al sentiero ci fosse una famiglia di cannibali pronta ad assalirmi? Meglio la strada asfaltata e più frequentata.
Giusta decisione.
Non solo non vengo ucciso e divorato ma giungo proprio sul fiume. MA allora dove portava l'altra strada?
Meglio non saperlo.
Qui c'è un grande ponte. Mi viene in mente il ponte sul fiume Kwai.Scendo dalla bici e l'attraverso. Anziani, mamme e bambini sono tra gli altri visitatori. Giungo sull'altra sponda. LEeggo il cartello. Tara Gera D'Adda. Non mi dice niente. Pare che ci sia una bella basilica. Ripasso il ponte e faccio dietrofront, l'ultimo pensiero alla famiglia di cannibali che mi aspettava di là, nel bosco, sulla strada sbagliata.
Ancora trenta kilometri per tornare, ma piano piano, facendo ricorso alle ultime stille di energia (Ok, sto un po'esagerando) ce la faccio, a pochi kilometri dall'arrivo incontro di nuovo le pecore. Si sono spostate un poco più in là e sono una decina. Le saluto. Una bella passeggiata, lontano, non troppo ma quel che basta, dal traffico, dalla nevrosi della metropoli. passeggiando tra gli animali (pochi,ma va bene così) e salutando persone sconosciute.
sabato, agosto 19, 2006
Cinema: Lady Vendetta e London

Lady vendetta di Chan Wook Park è uno di quei film che lasciano lo spettatore medio indeciso sul fatto che si sia di fronte ad un capolavoro o ad una boiata pazzesca per dirla alla Fantozzi. Il film alterna in effetti momenti di altissimo cinema a cadute di tono e di stile, cinematografico e non, piuttosto evidenti. La trama è presto detta: una donna, che si era autoaccusata dell'uccisione di un bambino, esce dopo 13 anni dal carcere e cerca di vendicarsi del vero responsabile dell'omicidio. Il montaggio del film è fin troppo serrato e i continui salti spazio-temporali non facilitano di certo la comprensione dela trama, già piuttosto frammentaria di per sé. Ma se si resiste ai primi venti minuti, e ad una sceneggiatura abbastanza sgangherata, piano piano si riescono ad apprezzare alcuni momenti sparsi qui e là di raffinata arte cinematografica, fatta di inquadrature fisse alternate a movimenti improvvisi, a scene drammatiche sottolineate da musiche originali e indubbiamente ben scelte, ad una buona caratterizzazione psicologica dei personaggi. La trama è poi, seppur abbastanza schematica come ogni "vengeance film" che si rispetti, e piena di salti logici, molto più varia e complessa del tanto decantato (e sopravvalutato) Kill Bill. Purtroppo il film, come già detto, alterna momenti alti con cadute di tono vertiginose, tanto evidenti da far venire il sospetto che siano volute. Esempio perfetto è l'ultima scena, in cui la protagonista sta per riabbracciare la figlia, la neve cade intorno, una musica dolce e struggente sottolinea il momento e che ti fa il regista? fa dare alla protagonista una testata alla torta che lei stessa tiene in mano.
Il dubbio rimane: arte pura o pura cialtroneria?

Abbastanza sconcertato dalla visione di questo preteso capolavoro mi sono posto alla visione di London , film sconosciuto di cui ignoravo tutto, tranne che la protagonista femminile era Jessica Biel, da me amata dopo averla vista lottare contro una famiglia di cannibali nell'ottimo remake di Non aprite quella porta. Come spesso (ma non sempre) mi succede, il film sconosciuto risulta essere nettamente migliore di quello più conosciuto. La storia è anche qui molto semplice: un ragazzo, devo dire piuttosto sciroccato, e non solo perché fa ampio uso di alcool e stupefacenti, si reca alla festa di addio della sua ex( lei sta per trasferirsi in un'altra città), di cui è ancora follemente innamorato (ed essendo la sua ex per l'appunto Jessica Biel, non sappiamo dargli torto). Ha però la cattiva idea di procurarsi una bella dose di roba e, per giunta, di portarsi dietro la spacciatore, che in realtà è un agente finanziario ancora più sciroccato e disperato di lui. Tutto il film si svolge praticamente nel bagno della ricca proprietaria che ha organizzato la festa, dove i due discutono di tutto e di più, l'esistenza di Dio, il senso della vita, e soprattutto, il loro rapporto con l'altro sesso, che nel caso del protagonista è rappresentato dalla sua ex, appunto la London del titolo ( e io che pensavo fosse la città!) il tutto condito con una serie di flashback ben realizzati (il che dimostra che è possibile variare i tempi del racconto senza far perdere la biglia al povero spettatore) fino alla svolta finale.
Un film del genere si deve basare per forza su delle prove d'attore all'altezza, e bisogna dire che nessuno delude.
Bravo Chris Evans, finora noto come uomo torcia nei fantastici quattro, che dimostra di sapere recitare, brava (oltre che sexy) anche Jessica Biel, perfetta come oggetto del desiderio ma anche capace di tonalità drammatica da attrice vera. Ma l'asso nella manica del film è Jason Statham, già fattosi notare in The Italian Job che dimostra di essere un attore coi fiocchi, dando al suo personaggio uno spessore incredibile. insomma un film bello ed originale, credo che del regista/sceneggiatore Hunter Richards sentiremo ancora parlare, almeno mi auguro, perché in un cinema dominato dalle varie Sofia Coppola c'è bisogno urgente di gente con idee e capacità.
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