venerdì, gennaio 25, 2013

Recensioni 2012 parte terza

Norah Jones : Little Broken Hearts Non conosco tantissimo questa brava cantante, ma so che i suoi primi lavori attingono nella tradizione del blues e del jazz. Lentamente Norah si è spostata verso territori più pop, nel senso di moderni, più che di facile consumo. Il risultato di questo cambiamento in Little Broken Hearts è contrastante, nel senso che, se da un lato le canzoni sono tutte abbastanza dignitose, dall’altro l’insieme appare ripetitivo, per cui alla fine è un disco che si ascolta con piacere, ma che non procura particolari emozioni, e che non riesce ad attrarre l’attenzione dello spettatore. Un dignitoso 7
Alicia Keys Girl on fire Quinto disco della cantante newyorkese, Girl on Fire segue The elemento of freedom, un disco che mi era piaciuto molto e che reputo essere, forse, il suo migliore. Ovviamente è sempre difficile riconfermarsi dopo un lavoro di alto livello e questo Girl on Fire non fa eccezione. Come sempre l’inizio è un breve brano di apertura e poi ci si getta nell’ascolto con Brand New me, pezzo ottimamente strutturato, uno dei migliori. Poi però il disco non mantiene lo stesso livello delle sue premesse Se When it’s al lover, listen yo you heart sono pezzi gradevoli ma che non lasciano particolari tracce bisogna dire che New Day è veramente un pezzo non all’altezza del talento di Alicia, con un testo tanto brutto da essere imbarazzante, ed una musica ripetitiva e inutilmente rumorosa. In quanto a Girl on Fire, la versione contenuta nel CD denominata inferno version mi pare assolutamente inferiore a quella del singolo, in quanto la parte recitata o rappata affidata a Nicki Minaj appesantisce il pezzo, peraltro basato quasi unicamente sulla voce di Alicia. Fire We make è il solito duetto (in questo caso con Maxwell) che ci viene propinato e appare inutile. Da qui in poi, per fortuna, il disco sale e finalmente si assesta su buoni livelli; Tears always win, That’s when i Knew, 101, sono brani riusciti ed una menzione particolare va per Not even the king, cantata con il solo accompagnamento del piano. Qualche caduta di tono in Limitdless, ma il giudizio alla fine è più positivo che negativo, anche se da una cantautrice del valore di Alicia è lecito attendersi sempre dei capolavori, mentre questo non è più che un discreto disco con qualche punta: 7,5
Green Day- Uno,-Dos! -Tre! La trilogia dei Green Day uscita tra settembre e dicembre con una cadenza più da rivista che da gruppo rock va analizzata come un corpus unico. In effetti le differenze fra i tre dischi sono abbastanza minime. Sicuramente fra i tre il primo, ovvero Uno! Rappresenta con più nettezza il ritorno alle origini e la presa di distanza dai precedenti due lavori dei GD, tanto complessie vari musicalmente quanto impegnati nelle tematiche. Qui la musica è molto più diretta e le liriche decisamente più terra e terra, direi quasi adolescenziali. Il disco risulta divertente, ma anche un filo monotono essendo una serie di canzoni veloci e ritmate che si susseguono quasi senza soluzione di continuità- Dos e Tre! Non si allontanano tantissimo da questa traccia, però dimostrano una maggiore varietà, soprattutto Dos che reputo il migliore dei tre, e nel quale fanno capolino qualche ballata, come la tenerissima Amy, e soprattutto risulta più convincente sul piano melodico. Trè! È una via di mezzo tra i due, diciamo così. In sostanza i tre dischi mi convincono tutti, quello che non mi convince, o meglio che non riesco a spiegarmi, è il perché di una simile operazione. Dal momento che tutti e tre i dischi non durano molto più di 40 minuti, e che non hanno particolari differenze di stile, non riesco capire perché fare tre dischi e farli uscire uno dietro l’altro, quando sarebbe stato possibilissimo, ed anche consigliabile, farne un paio, tagliando qualche pezzo eventualmente, e facendoli uscire a qualche mese di distanza, il che sarebbe stato più sensato anche sul piano commerciale. Per sintetizzare darei 8, 9 ed 8,5 in attesa di poterli vedere finalmente dal vivo!
Rihanna – Unapologetic Sinceramente non avrei mai pensato di comprare un disco di Rihanna e che questo mi sarebbe anche piaciuto, ma il bello della musica è di poter cambiare opinione senza drammi. Il disco ha un paio di “tamarrate” opera di quel demiurgo della Dance/House che è David Guetta, ma , guettate a parte, per il resto è un disco dignitoso e sorprendentemente valido in più di un momento, con alcune punte verso l’alto: difatti, Diamonds, che è poi la canzone che mi ha convinto, è un vero gioiellino, un pezzo, partorito dalla mente geniale della cantautrice australian Sia Furler, che riesce a creare quasi un nuovo stile musicale, un mix tra dance, rock e Chill Jazz. Anche What now, ballata con echi rock, e Stay, dolce piano ballad si segnalano. E ancora il reggae dub di No love allowed e Gone without tears, pezzo con reminiscenze soul, ma un po’ tutto è almeno gradevole e si ascolta con piacere. Merito del nutrito stuolo di songwiter messo a disposizione della cantante barbadoregna, ma anche Rihanna ci mette del suo dimostrando di essere molto cresciuta sul piano interpretativo dai tempi di Umbrella. Per cui un 7,5 ci va.

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