venerdì, novembre 16, 2007

Il triangolo nero- Un manifesto di intellettuali e artisti

Il Triangolo Nero è il titolo di un Manifesto-Appello contro la violenza verso i Rom, i Rumeni e le donne firmato da un nutrito drappello di scrittori, intellettuali ed artisti.
E' stato proposto da Proposto da:* Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De
Michele, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana
Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania
Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
Tra gli altri hanno firmato Massimo Carlotto, Gad Lerner, Fulvio Abbate,Carlo Lucarelli.

Questo Manifesto è stato, come al solito, censurato dalla "Grande Stampa" che ne ha pubblicato stralci infinitesimali e non significativi. Ho ritenuto opportuno dargli visibilità, per quanto mi è possibile.
Ecco il testo integrale:
*
IL TRIANGOLO NERO
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti
e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne*


La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne
d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane
suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una
nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando
"emergenze" e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un
uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per
fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella
vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene
rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata
e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No:
della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali;
della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un
/uomo/, ma un /rumeno/ o un /rom/.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con
spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato,
ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che
rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro
condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa.
Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la
baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra
cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono
rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini
devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e
di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'/emergenza/.
Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità
(1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più
bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati
commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto
Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007
dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci
la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni
ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il
responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il
marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono
spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal
padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra
culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare,
era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne.
Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture
altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione
e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto
fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di
contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic
Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel
lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza
politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è
al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i
rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che
impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali
causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso
viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare
le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza
sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile
mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case,
piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si
nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima
di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a
prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita
organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini
italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza
sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver
"delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da
fame ai lavoratori.

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo
giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità.
Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno
continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra
convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa
desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si
esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno
tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi
da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto,
come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in
Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente,
nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che
promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà,
dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali
e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo
uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il
triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti
applicavano agli abiti dei rom.

E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra
contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci
appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la
dismissione dell'intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.


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