domenica, dicembre 10, 2006

Flags of our Fathers


"Le bandiere dei nostri padri", è l'ultimo film di Clint Eastwood (chissà perché non è stato tradotto, i criteri per i quali alcuni titoli vengono tradotti, magari malissimo, ed altri no, rimangono uno dei misteri inspiegabili di oggi).
Il film, tratto dal libro omonimo, narra la storia che si nasconde dietro una della foto più famose della Storia con la S maiuscola, ovvero la foto scattata durante la battaglia di Ivo Jiwa tra truppe statunitensi e giapponesi, una delle battaglie più cruente e sanguinose della seconda guerra mondiale.
Il film narra come quella foto fosse, in buona parte, un falso. E di come quel falso sia stato utilizzato allo scopo di far vincere la guerra. Quella foto era un simbolo.
Il suo valore stava nel messaggio che veicolava, ed il messaggio era che la guerra si poteva vincere. Poco importa allora che i tre soldati protagonisti di quella foto ( i tre sopravvissuti alla battaglia, quantomeno) rientrassero o meno nello stereotipo dell'eroe.
Dovevano essere percepiti come eroi dall'opinione pubblica e che, poi, uno fosse un damerino addetto alle retrovie, il secondo un medico di campo non addetto al combattimento vero e proprio ed il terzo un nativo americano dedito più alla bottigla che alla guerra non importava.
COsì come poco importava se quelli identificati come protagonisti dell'evento fossero o meno i reali protagonisti, e perfino che quell'evento fosse realmente avvenuto.
L'importante era il messaggio che quella foto veicolava.
Ma il film di Clint Eastwood mostra anche la guerra per quella che realmente è, senza indulgere più di tanto in immagini truculente (che pure ci sono). Una guerra che viene combattuta più per amicizia e fedeltà nei confronti dei propri compagni che per gli ideali e la retorica che ne sono la giustificazione.
Il film è, da un lato, una riflessione sul potere dell'immagine nella società dell'informazione, e dall'altro sui profondi legami umani che possono nascere in situazioni che di "umano" hanno molto poco. Su come, più che gli ideali, siano i rapporti umani a contare. Non a caso il regista ne ha girato una versione dal punto di vista dei giapponesi, a sottolineare che, sotto le divise, gli ideali e la retorica, sempre ci sono persone reali.

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