sabato, gennaio 24, 2009

Il pensiero in gabbia

Esiste ancora in Italia la libertà di pensiero?
E' una domanda che mi assilla da tempo.
Una domanda che nasconde un trabocchetto: essere liberi di pensare è una cosa, un'altra cosa è la possibilità di esprimere questo pensiero, comunicarlo agli altri.
Dovrei allora parlare di libertà di parola.
E la libertà di parola esiste, la Costituzione la sancisce, quindi a questo punto il problema parrebbe risolto.
Ed invece no.
Il problema è un po' più complesso.
I nostri pensieri non nascono dal nulla, nascono dalla società che ci circonda, dalla cultura che quella società esprime.
Il modo di ragionare dell'uomo delle caverne era indubbiamente e necessariamente molto diverso da quello dell'uomo moderno.
E noi pensiamo certe cose anche perché siamo indotti a pensarle, e siamo indotte a pensare certe cose e non altre perché le prima vengono ripetute spesso e le altre mai o quasi mai.
Queste rende certe idee, o certe affermazioni, accettate generalmente, anche qualora siano false, mentre rende altre idee od affermazioni non accettate, anche se vere o ragionevoli.
Forse questo è connaturato alla natura umana, che tende alla conformità, ma di certo, se al conformismo "naturale" si aggiunge un conformismo artificialmente creato, ecco che il risultato diventa devastante, e pone in serio pericolo la libertà di pensiero e di parola, al di là di quanto stabiliscano leggi e costituzioni formali.
Per esempio se alle idee minoritarie, che necessariamente esistono, viene negata ogni dignità, o ancora se se ne nega l'esistenza, o vengono considerate folli, insomma se viene creato una specie di gabbia per delimitare la libertà di parola, di espressione allora sì, la libertà di pensiero viene sostituita da un obbligo di pensiero, che magari viene pure percepito come libertà, ma che libertà non è.
Mi vengono in mente un paio di esempi; durante l'aggressione israeliana a Gaza "la Repubblica on line" mise un sondaggio, con varie frasi, chiedendo al lettore di dirsi d'accordo con le frasi ritenute più condivisibili.
Le frasi andavano da una totale condivisione dell'attacco militare e delle sue (presunte) finalità, a qualche appello bipartisan al cessate il fuoco, in cui il parere più critico verso Israele era affidato nientemeno che a Papa Ratzinger.
Non esisteva una frase in cui si condannasse senza mezzi termini l'attacco israeliano o che indicasse nelle prossime elezioni il vero movente dell'attacco, come peraltro abbastanza evidente e anche sostenuto da qualcuno.
Insomma, è ammesso sperare che gli israeliani cessino di comportarsi maleducatamente ammazzando centinaia e centinaia di civili, ma osare criticare Israele, od osare pensare "male" di Israele, quello non è concesso.
Ora, anche ammettendo che l'attacco israeliano fosse del tutto giustificato, non esiste nessun motivo per escludere una opzione diversa da quelle prese in esame.
Laddove vi sia una vera libertà di pensiero, anche l'opzione più lontana dalla realtà, o più minoritaria, dovrebbe essere rappresentata, ammesso che poi lo sia realmente.
Prendiamo un altro caso, ancora più simbolico, in quanto riguarda la libertà di espressione artistica.
Mi riferisco alla convocazione di fronte alla Commissione per l'infanzia di Gino Paoli, a causa di una sua canzone accusata di contenere messaggi fuorvianti a proposito della pedofilia.
In questo caso, almeno da quanto si evince dall'articolo sopracitato, parrebbe che non sia lecito all'artista (e quindi, a nessun altro) parlare di pietas cristiana, questa infatti spetterebbe solo ad un prelato.
Infatti dice letteralmente uno dei censori "singolare che in poche righe ci si possa inoltrare in percorsi talmente intimi e soggettivi, come la pietas cristiana, prefigurando un'indulgenza tutt'al più spettante alle professioni religiose".
Singolare, aggiungerei io, che qualcuno voglia insegnare a Gino Paoli cone si fa a scrivere una canzone, ma, al di là di questo, anche da qui emerge la tendenza a riportare all'ordine prestabilito qualsiasi opinione, a disciplinare addirittura l'espressione artistica, che è una cosa tipica dei totalitarismi.
Naturalmente tutto ciò viene fatto per una buona causa, della cui bontà ovviamente non si può dubitare, però intanto viene fatto.
E di esempi del genere se ne possono trovare a decine, basta spulciare o semplicemente leggere i giornali o i siti di informazione.
C'è da preoccuparsi?
Sì.

1 commento:

luce ha detto...

condivido la tua paura di libertà negata, si arriva ad una costrinzione di pensiero condizionato dai media e da trasmissioni demenziali che riempono lo schermo tv